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I Monumenti di Rimini
Quando sul finire del pliocene, alla chiusura dei tempi terziari (un milione di anni fa), l'Appennino
della Romagna avveniva l'emersione, aveva inizio il
quarternario con lunghissimi periodi freddi e piovosi,
che si alternavano con altri caldi o tiepidi. Si accentuava così il processo di erosione delle nostre montagne.
Nei larghi letti fluviali scendevano allora fiumane dense di detriti che sfociando nei corsi d'acqua in pianura
si depositarono in ampie conoidi e davano inizio alla formazione della
Romagna, dove sarebbero sorte
le città e Rimini stessa.
La piana riminese e la sua linea di riva si formarono dunque in questo modo e sul lato meridionale della conoide
del Marecchia nacque la prima
Rimini.
Nel corso dei tempi si raccontò che Rimini fu fondata da Ercole addirittura da Giano, i reperti archeologici
delle fasi antecedenti la colonizzazione romana sono pochi, i monumenti iniziavano quando Rimini nel 268 a.C. fu
incorporata nello Stato romano, divenendo una colonia latina.
I suoi Monumenti:
Arco d'Augusto
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L’Arco d’AUGUSTO è un monumento solenne ed insieme leggiadro.
Alla grandiosità maschia e rude si accopia infatti la grazia e l’armonia della ornamentazione.
Fu eretto nel 27 a.C. in onore di Augusto e in memoria del riattamento della via Flaminia da lui desiderata ed
eseguita, è il più antico degli archi romani superstiti. E’ in pietra d’Istria, il fornice è di 8,84 di luce
libera; ha una profondità di m 4,10 ed è alto 10,40. I piloni misurano m. 3,05 di larghezza e m. 5,81 di altezza
fino all’imposta. La larghezza totale del monumento è di m. 14,92.
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Per molto tempo alcuni eruditi locali ritennero che l’Arco d’Augusto fosse in origine
“un arco trionfale” come
quelli
di Tito e di Costantino in Roma.
I lavori di isolamento avvenuti nel 1937-39 portarono invece alla
constatazione inconcussa che
l’Arco era una porta urbana, legata sui due fianchi con le mura della città, e
protetta sulla fronte da due torri a pianta quadrilatera, di cui restano le fondazioni assieme al altre poligonali
di epoca più tarda.
Purtroppo, nonostante l’assiduo zelo e il parere di insigni archeologi, tra i quali dobbiamo ricordare Salvatore Aurigemma,
tale sistema murario, attribuito in gran parter al III secolo a. C., fu avventatamente abbattuto, privando così la nostra
città “Rimini” di una testimonianza antica e infinitamente preziosa.
La sommità dell’Arco era coronata da una quadriglia marmorea guidata da Augusto, la qual cosa è confermata negli scritti
di Cassio Dione, nella collezione Anguissola di Piacenza si trova la testa di un cavallo che si pensa facesse parte della
quadriglia.
Durante il medio evo l’Arco, che era conosciuto col nome di “Porta Aurea” per la doratura dell’epigrafe dedicatoria,
fu smantellato nella parte superiore, ciò avvenne verso il 538, allorché i Goti di Bellisario dovettero difendersi contro
i Goti di Vitige.
L’attuale merlatura esisteva già nel sec. X.
L’Arco insieme col ponte di Tiberio costituisce da almeno un millennio l’emblema di Rimini.
I danni recati dall’ultima guerra furono molti.
La facciata verso Roma, che era la vera fronte, è la meglio conservata; si noti la finezza dei
capitelli, delle semicolonne
corinzie e della trabeazione. Sull’attico è incisa:
SENATUS – POPULUS (QUE –ROMANUS) (IMP-CAESARI-DIVI-JULI –F- AUGUSTO –IMP-SEPT)(?)
COS-SEPT-DESIGNAT-OCTAVOM-V (VIA FLAMINIA –ET- RELIQUEIS (?) CELEBERRIMEIS –ITALIAE-VIEIS- CONSILIO-ET- ACTORITATE-EIUS-MUNITEIS
(il Senato e il Popolo Romano all’imperatore Cesare Augusto figlio del divo Giulio, comandante supreme dell’esercito per la
settima volta, console per la settima volta e designato l’ottava, quando la via Flaminia e le alter- celeberrime strade d’Italia
per sua deliberazione e volontà furono restaurate).
Nei pennacchi presso i capitelli sono inseriti quattro clipei, due per fronte, in cui vi sono figurati busti della divinità
tutelari della colonia. Nella fronte verso Roma:
Giove a sinistra col simbolo del fulmine;
Apollo a destra protettore della
casa augustea con i simboli della cetra e del corvo. Nella fronte verso la città: Nettuno a sinistra col tridente e il delfino;
Minerva o più probabilmente la Dea Roma a destra col gladio e con un trofeo d’armi.
La testa di bue che si vede nel serragliene testimonia che Rimini era diventata colonia romana.
A chi desiderasse sapere come avveniva la chiusura dell’Arco-Porta, deve sapere che i riminesi del tempo d’Augusto non erano
preoccupati, perché il saggio imperatore era riuscito ad assicurare la pace più completa alla penisola.
L’Arco infatti non presenta le caratteristiche scanalature per le saracinesche (cataractae).
Quando in seguito si rese necessario chiudere il fornice per ragioni di difesa, furono erette due porte di fortuna all’interno
delle due fronti.
Anfiteatro Romano
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L’Anfiteatro Romano è insieme all’Arco d’Augusto e il ponte Tiberio, il terzo fra i grandi monumenti romani di cui Rimini può giustamente vantarsi. L’Anfiteatro riminese è del II secolo dopo Cristo, il solo dell’Emilia parzialmente superstite
sorgeva isolato sul lido marino e in vicinanza del fiume Ausa.
I primi scavi si devono a Luigi Tonini nel 1843-44, e che precisarono che si trattava di una costruzione imponente e di
composta armonia. Aveva forma ellittica, nell’asse maggiore misurava m. 120 e nel minore m. 91; l’arena era rispettivamente
di m. 76,40 e m. 47,40. (da ricordare che il Colosseo misura agli stessi assi, m 187,77 e 155,64 e l’arena m. 77 e 46,50).
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Dal portico a pianterreno di sessanta fornici, salivano 24 gradinate in pietra d’Istria , dodici ad una rampa e dodici a
rampa doppia. Le fronti dei pilastri delle sessanta arcate dell’anello esterno, erano di mattoni di color giallo e rosso scuro,
tirati a grande rifinitura. In cotto, sempre molto accuratamente trattato, erano tutte le altre parti visibili o non visibili
dell’edificio.
L’Architetto Guglielmo Merluzzi, nella ricostruzione grafica eseguita dietro le tracce degli scavi del 1843-44 suppose che
l’esterno dell’Anfiteatro avesse oltre a due ordini di porticati anche uno pieno, si calcola inoltre che il numero degli
spettatori aggirarsi intorno ai 10-12 mila, senza contare coloro che prendevano posto sulle balconate lignee accessorie;
questo denota la grandezza e l’importanza della città di Rimini nell’epoca romana e prova che ciò che scriveva Plutarco e
Appiano ponendo Rimini fra le più ragguardevoli città d’Italia, non era un’esagerazione.
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